Hai lividi sui polsi che sembrano carte geografiche, gli occhi chiusi da tre giorni e una maschera stretta sul viso che ti sega le guance a sangue, perché la pressione è troppa per la tua pelle sottile. Da un foro di sfogo la maschera mi getta l’aria in faccia insieme a quel che resta del tuo respiro. Ti ho stretto la mano mentre l’altra cercava inutilmente di sfilarla via, per poi ricadere stanca prima ancora di raggiungere i lacci all’altezza della nuca. Hai mani curate, morbide e trasparenti, non le avevo guardate mai. C’è una forza più grande che ti chiama, più potente degli antibiotici con cui hanno tentato di rimetterti in piedi. Hai ragione, dev’esser poca cosa la vita da quando lei non c’è più, forse meno di niente. Ma io voglio sentirti ancora ridere forte, cantarmi canzoni d’amore, chiamarmi primavera. Adesso spegnerò il telefono e aspetterò stasera, verrò a trovarti e tu avrai la schiena dritta e la barba rasata di fresco, perché sai che sto venendo da te. Perché stasera ti svegli, non è vero?
“Adesso voglio dirti che tutti i giorni ti ho amata e ti amo e mi manchi tanto che la mia vita quasi non c’è più e anche se è triste te lo devo dire, perché con te io sono onesto e mi fa bene di starti qui a parlare anche se non rispondi niente e se questa sera prima di dormire Mariolina vorrei solo sentire la tua voce che dice Piero. E sai cosa farei? Non mi muoverei neanche, per non sciupare i suoni e per qualche anno ancora mi basterebbe di averti sentito dire il mio nome.”